mercoledì 3 dicembre 2014

Poeticando

 








MANCANZA




Una sottile membrana di
nulla
pellicola trasparente, tra dentro e fuori,
dove è il nulla?




Dov'è questo germe che s'annida

che tutto sfuma, ingoiando sprazzi interi di realtà?





Mi piacerebbe, sai 
uscire da me, osservare lo spettacolo delle nostre anime 
che corrono insieme 
eppure ora, lasciarmi cadere tra la nebbia...





Una buccia vuota
cadendo non emette alcun gemito











Mi ricordo di te
accalappiavi l’aria
con fendenti d’asfalto


E noi,
guardavamo sommessi :


in quell’istante tu tracciavi
i margini
delle nostre sconfitte
- cercando il riscontro –

piroettando tra una gabbia
e l’altra






Ricordo di te,

di quando mi dicesti ch’eravamo
nella stessa inquietudine






eppure vagavi,

vagavi nei nostri ologrammi






Al mattino volevo strapparti quegli occhi

al tramonto incastonarli nei miei








È in questo nostro ciarpame
che riflettono ancora
le aspre grida




È proprio qui che
concediamo ai nostri sforzi
un vanto innecessario


lì, si ossidano le nostre cavalcate
è lì che
comincia il pellegrinaggio




Ogni anno, apriamo quei cassetti
ripetendo(ci) ossequi
venerandi rispetti
quegli schiamazzi acclamano spargimenti…


Ma come ben sai, è arduo decidersi
(così come lo è recidersi, tagliarsi ombelicalmente)
Da un cordone all’altro scivolano
Liquefatti
i nostri amori che spruzzano nell’aria argomenti tossici




Il nostro tanfo, mentre avvinghiati respiriamo il dolore dell’altro




I singulti che, cogenti
sfumano nell’ombra.













LA CRUDELTA' DEGLI APPLAUSI


Seduto con te, di fronte alle attese
alle orride speculazioni


“se” e “ma”


prendevi, con le tue mani tenui
ciascun barlume di rimorso




lo riponevi, con calma,
in una mensola dimenticata, dove
l'occhio a lungo non avrebbe sostato




con cura, osservavi
tutti i miei piccoli sforzi
le mie ossessioni pulsanti
che accarezzavi, incurante del rischio






e solo allora,
facevamo invidia
intenti violenti che sbattevano su di noi






non più accecati da
tessere strappate,






orchidee appoggiate ai vetri
recinti scavalcati






e le sere tremende
in cui
appoggiato a te sceglievo di essere






in quelle sere, il mio volto sgualcito
misurava distanze
sporche
d' un cielo aspro



COMMENTO DI VALERIO GAIO PEDINI

Se nella poesia di molti contemporanei si parla di cannibalismo ed in altri di autofagia dell’io, la dimensione di Artin Bassiri, filosoficamente e musicalmente ben organizzata, si ha nel soffocamento e nella lotta reciproca tra io ed oltre. Il richiamo nichilista, vuole essere un richiamo che superi il nichilismo, che lo affronti, che lo veda e lo spezzi, ma poi si condanna alla perdizione della persona, nel silenzio. Ed è dal silenzio che Artin Bassiri produce suoni scricchiolanti.

"Una buccia vuota,
cadendo non emette alcun gemito"

l’io viene annullato, reso nulla. Così il nulla esterno si rappresenta nell’interno.
Ma la dimensione più interessante la si raggiunge quando in un monologo camuffato da dialogo, la dimensione emotiva viene ridotta a aggressività pastosa. Nella continuità solo in piccoli momenti ci può essere un emozione forte, e viene tracciata sono nei versi finali, in cui il climax si eleva e si rompe subito, rimanendo sospeso in aria

Al mattino volevo strapparti quegli occhi
al tramonto incastonarli nei miei

I richiami alla gabbia umana (con un interessante “accalappiavi/ l’aria/ con fendenti d’asfalto) si rintracciano in una dimensione intima, che si fa sociologica.
La dimensione intima di Bassiri sta nella continuità-e dalla continuità si estende. La grazia diviene grezza, urbana, quindi mirabile, per venire incastonata “piroettando tra una gabbia
e l’altra”, in uno status dell’inquietudine permanente, con un sprazzo di mirabile respiro.
Con Bassiri, là dove si soffoca, si respira. Qui avviene un ritratto sociologico, davanti allo specchio, soffocato in esso.
E se l’amore appare, appare dolciastro, sfregiato. Cerca in qualche modo di rinchiuderlo in una capsula di vetro, ma alla fine deve sorbirsi le tossine del mondo. E’ un amore dell’intimità globale, che dà alle tossine altre tossine, riempiendo il mondo.
E tutto questo è parte integrante del “nostro ciarpame”. Non c’è via di fuga, e se c’è, non perdura. Poiché labile. Quindi proprio nel ciarpame si edifica una nuova babele, con una lingua tentata, grossolana, brutta (innecessario, ombelicalmente), ma pregna di capacità ragionante.
Si tenta, ergo, e direi con un risultato che diviene quasi di un’aspra melodia, una involuzione alla psiche (ribadisco il concetto dello specchio), con il concetto di genesi umana, da cui si riproduce la genesi sentimentale.
Quei “cordoni” che indicano il legame, la prigionia, che portano a far sì che si possa solo rimandare al mondo altri tossine, è una psico-metaforica che rende il tutto ancora più disincantato ed aspro. La dolcezza di Artin ergo si misura nella sua asprezza.
Tecnicamente Artin misura la sua poetica nella troncatura, nella pausa. Parlavamo proprio ieri, dopo avermi inviato La crudeltà degli applausi (titolo che riporta ancora all’asprezza del palcoscenico, “il mondo”), su cui avevo di dubbi per la forma metrica ( a me appariva troppo azzardata, in alcuni “a capo”, troppo stonata), dell’idea di Artin di rendere ogni pezzo (trattasi di canti) diverso dall’altro, di creare una nuova scena, un nuovo mondo: un rinnovamento,ergo della forma contenutistica.
Ma proprio in questo vi è una continuità-per quanto le note siano variabili- anche nello stesso testo: si passa dall’acuto al grave precipitosamente, sbilanciando a volte il testo.
Il testo ultimo riprodotto (scritto a Parigi) forse è il più amoroso testo qui proposto. Si respira un ambiente casalingo, con metafore che indicano l’interno di un arredamento (le mensole, le orchidee, le tessere), che forma un puzzle affettivo, che si conchiude nell’asprezza, proiettandosi all’esterno

in quelle sere, il mio volto sgualcito
misurava distanze
sporche
d' un cielo aspro

Dall’intimità, ergo, si passa al palcoscenico del mondo e riecheggia un applauso. Crudele. Una dimensione minimalista che, alla fine, fortunatamente, trova un effimero spiraglio di libertà.
Tra cordoni, gabbie, mensole ed altro Artin proietta una libertà, che è sempre palcoscenico di un’effimera amarezza esistenziale.

Valerio Gaio Pedini

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